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Lacuna Coil: passato, presente e futuro della band!

Oct 082019

Dopo venticinque anni di carriera, e con un successo che si articola su scala decisamente globale, Cristina Scabbia ed Andrea Ferro hanno ancora la stessa cortesia e la stessa semplicità del tuo vicino di casa – quello simpatico. Certo: hanno anche una consapevolezza, che traspare sia dalle parole che dagli atteggiamenti, che ti fa capire bene perché la loro carriera sia così longeva e così di spessore.

Ci siamo fatti una lunga chiacchierata con le due voci dei Lacuna Coil per parlare di passato, presente e futuro della band, a pochi giorni dalla partenza del tour che presenta il loro nuovo lavoro, “Black Anima” (…che toccherà anche in Italia venue prestigiose, come il Live di Trezzo sull’Adda, il prossimo 6 novembre). Un lavoro che ha avuto una gestazione più complicata del previsto.

“"... sentivamo che stavamo facendo qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri nel mondo del metal".<br>”

Vorrei partire con una domanda ad ampio raggio: siete nati, come band, quando le subculture musicali erano non solo importanti, erano fondamentali: facevi parte della scena alternativa, o di quella indie, o di quella metal, o eri un fan dell’elettronica – ed era impossibile mescolare le cose, semplicemente impossibile. Ognuno stava nel suo, orgogliosamente nel suo. Gli anni ’90 sono stati un po’ così. Oggi, se ci guardiamo attorno, le cose sono cambiate abbastanza radicalmente. Come siete riusciti ad attraversare questo cambiamento?

 

CS: All’epoca anche all’interno della sola scena metal noi eravamo una mosca bianca. La maggior parte delle band proponeva cose diverse rispetto a quello che facevamo noi: c’è era il filone power metal, quello death metal, noi invece eravamo andati ad infilarci in un filone molto dark, con influenza che andavano da – ovviamente – Type O Negative a Paradise Lost, con rimandi anche a Pantera, Iron Maiden, Metallica, certo, ma i suoni che piacevano a noi erano molto oscuri. Eravamo degli outsider, insomma.

 

E come tali vi sentivate.

 

AF: Sì sì, assolutamente. Io e Marco (bassista e principale compositore della band, NdI) venivamo dall’ambiente dello skate, e questo ci portava ad essere un po’ più musicalmente aperti rispetto al classico metallaro medio. I nostri gruppi di riferimento erano anche Red Hot Chili Peppers, Faith No More, Slayer, Pantera… o perfino Doors, Beastie Boys, LL Cool J, Run DMC. Magari anche per questo, andando a formare i Lacuna Coil sentivamo che stavamo facendo qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri. Anche perché quando scegliemmo di andare verso un certo tipo di sonorità dark, esse non erano assolutamente di moda – lo diventarono dopo, con l’avvento e la popolarità di band come Moonspell o The Gathering, ma quando questo fenomeno esplodeva noi, beh, c’eravamo già. Poi sai, se ci vuoi affiliare al filone gotico va detto che quello è un filone strano, che è sempre stato un po’ sulle sue, con dei momenti in cui improvvisamente si apriva all’esterno per poi però rinchiudersi di nuovo, facendo sempre mondo a sé. E’ riduttivo ricondurci unicamente a quel filone, ma in qualche modo siamo sempre stati un po’ abituati ad essere “diversi”, a fare parte di una minoranza, di una eccezione.

 

Una “minoranza” ed “eccezione” che è riuscita subito a farsi conoscere bene all’estero, uscendo dai confini italiani quando per una band di quel paese era difficilissimo farlo.

 

CS: Non abbiamo avuto una “botta di popolarità” immediata. Ci siamo fatti conoscere piano piano. Il nostro primo demo era diventato “demo del mese” su un sacco di riviste proprio perché eravamo qualcosa di particolare, di curioso, di diverso dagli altri. Ma anche quando è arrivata la vera esplosione internazionale, con la prima partecipazione all’Ozzfest, è successo perché eravamo particolari, diversi dalle altre band.

 

In questa prima partecipazione ad Ozzfest, vi aspettavate che sarebbe stata la svolta definitiva della vostra carriera?

 

CS: Macché! Per noi era già una cosa surreale essere lì. Scelti direttamente dai figli di Ozzy, poi… Una cosa surreale, davvero. Uno dei tour più importanti al mondo, e noi, lì, addirittura come invitati. Incredibile.

 

AF: Non avevamo capito la portata di quello che stava succedendo. C’è una radio a Boston, WAAF, che è sempre stata un vero e proprio trend setter nel mondo del metal. Pensa che quando ci chiamarono e ci chiesero di proporre nei loro studi una versione acustica di “Heaven’s A Lie” noi restammo di stucco, non avevamo mai pensato fosse possibile farne una, e ci mettemmo lì a riscrivere gli arrangiamenti – nemmeno sicuri di farcela, però ecco, visto che ce lo chiedevano loro magari valeva la pena fare un tentativo. Certo però che rendere acustica una canzone quasi doom come quella… era abbastanza una follia.  Però lo facemmo. Da lì in poi, WAAF iniziò a mettere in programmazione la versione originale del pezzo, poi anche altri pezzi di “Comalies”, e all’improvviso le radio americane che suonavano la nostra musica passarano da una a dieci a cento, in un attimo, con un incredibile effetto “palla di neve”. Alla fine, è arrivata pure la chiamata dell’Ozzfest. Un festival enorme, qualcosa di completamente diverso rispetto a quello a cui eravamo abituati in Europa. In Europa i festival durano pochi giorni e sono fissi, Ozzfest invece significa passare tre mesi in tour, tutte le band insieme, sempre con pubblici enormi davanti. Fu comunque incredibile: arrivammo a vendere nelle date di Ozzfest 6/7000 copie a settimana del nostro cd nella tenda del merchandising ufficiale, superando in questo band come Judas Priest, Slayer, Black Sabbath e stando dietro solo agli Slipknot, che quell’anno erano gli headliner.

 

Vi è capitato di perdere la testa, il senso delle proporzioni?

 

CS: Per noi fu come vivere una vacanza con sempre l’entusiasmo alle stelle. Del resto, pensaci: era tutto una novità, incontravamo musicisti che per noi fino a cinque minuti prima erano idoli inavvicinabili. In più, l’Ozzfest è strutturato in maniera molto particolare: vero, ognuno viaggia sul suo tourbus, ma alla sera si parcheggia tutti nello stesso posto e ci si ritrova tutti insieme a mangiare, un po’ come se si fosse in un camping.

 

In tutti questi anni, e dopo molte ma molte esperienze alle spalle, quanto siete cambiati come persone, se riguardate indietro a quegli anni del primo Ozzfest e ancora di più ai vostri esordi?

 

CS: Cambiare come persona è inevitabile. Anche perché andando avanti, accumulando esperienze, impari un sacco di cose. All’inizio sì, hai la freschezza, l’entusiasmo, ma sei anche molto ignorante: perché non hai realmente idea di come si registri un disco, non hai idea di cosa significhi veramente essere in tour, non hai idea di tutta una serie di meccanismi – anche commerciali – che girano intorno all’attività di una band. Che so: saper curare la tua immagine, saper organizzare bene il tuo merch, saper costruire bene un tour… tutte cose che non sapevamo, e che abbiamo imparato passo dopo passo sul campo. Poi, sempre guardando indietro negli anni, siamo passati anche attraverso esperienze pesanti, come ad esempio la perdita di persone care, che oggi non sono più con noi. Capisci insomma che non puoi essere la stessa persona di quindici, venti, venticinque anni fa. Se a questo aggiungi che il mondo è cambiato parecchio…

 

Anche solo musicalmente.

 

CS: Esatto. Non c’era internet, non c’era la contaminazione musicale di generi che c’è oggi, come ci dicevamo all’inizio.

 

AF: Ma proprio per come siamo fatti noi, siamo sempre stati un gruppo molto aperto alle influenze, al recepire quello che accade intorno, al mettersi in discussione. A noi piace una cosa: pur mantenendo sempre il nostro stile e la nostra cifra stilistica, ci piace far suonare i dischi in modo molto “contemporaneo”, si deve sentire che sono figli del loro tempo. Non che vogliamo fare gli iper-moderni o i super-contemporanei, i “giovani” in eterno, ma nemmeno vogliamo fare i tradizionalisti e i retrò.

 

Ho un’impressione ben precisa: credo che voi siate la classica band che vuole avere il controllo su ogni singola cosa.

 

AF: Vero!

 

CS: A volte pure troppo. Certe volte ci mettiamo addosso dello stress che ci potremmo anche evitare. Dovremmo ricordarci più spesso che certe volte qualche errore è normale. Soprattutto ora che siamo in tanti, a lavorare attorno alla band, e ancora di più considerando che ci sono aspetti che vorresti controllare ma che invece ti sfuggono di mano anche se non è colpa tua: ad esempio, che ne so, quando c’è un leak su un sito russo del tuo nuovo album… Tu cosa ci puoi fare?

 

AF: Comunque fortunatamente abbiamo ciascuno attitudini diverse che si incastrano bene l’una con l’altra. A me piace pensare al “big picture”, voglio che le cose siano fatte: se sono fatte bene ottimo, se sono fatte meno bene… beh, l’importante è che vengano fatte.

 

CS: Io invece sui particolari sono più una rompicoglioni!

 

Ok, visto che siete così dei control freak fatemi capire come è stata la gestazione di “Black Anima”, il vostro nuovo album…

 

CS: E’ stata molto particolare. Decisiva fu una riunione proprio di puro brainstorming, fatta per capire se eravamo tutti allineati, se stavamo andando nella stessa direzione. Ricordo un sacco di foto, di immagini di abiti mostrate su cellulari, disegni…

 

Ah! Non parlaste quindi tanto di musica…

 

CS: Sì e no. La situazione era questa: Marco, nello scrivere le nuove canzoni, si sentiva un po’ bloccato. Non che non scrivesse: ma quello che stava venendo fuori continuava a non piacergli, a non convincerlo. E quindi ad un certo punto è arrivato da me, anche un po’ preoccupato, perché se è vero che per scrivere un album ci vuole un po’ di tempo è anche vero che non puoi prendertene tutte quello che vuoi, hai degli impegni, hai degli accordi da rispettare, non puoi fare quello che ti pare, e insomma, ad un certo punto ci eravamo ritrovati nella situazione che le scadenze iniziavano a farsi intravedere e noi non avevamo ancora nulla di concreto in mano. Abbiamo allora deciso di fare questa riunione, questo brainstorming collettivo, dove l’ordine era di portare tutti delle idee, degli spunti, per aiutarlo a trovare nuove fonti d’ispirazione. E sai cosa? Ha funzionato! Abbiamo passato un giorno intero a parlare, a mostrarci foto, a scoprire cose su Instagram – come la meravigliosa grafica a tarocchi di Micah Ulrich, che poi si è legata a ogni singola canzone dell’album – o a scovare la fotografa che ci piaceva (…che poi, fortuita coincidenza, abbiamo scoperto pure che era una nostra fan). Tutto questo poi ha partorito molto lavoro, molti incontri specifici, ma è stato fondamentale perché è lì che Marco si è sbloccato e da quel giorno ha iniziato a produrre senza fermarsi mai.

 

Al di là della scrittura in sé, “Black Anima” mi sembra un disco anche molto curato negli arrangiamenti.

 

AF: Sicuramente cerchiamo di non ripeterci e di imparare dagli eventuali errori fatti in passato. Ogni volta proviamo a mettere una batteria un po’ diversa rispetto a quelle usate in passato, a cambiare l’impostazione del cantato… Sai, lo facciamo in primis per noi: abbiamo già nove dischi alle spalle, ormai tu stesso vuoi sentire qualcosa di nuovo, vuoi metterti alla prova su qualcosa di diverso, per tenere sempre alta l’asticella della sfida e per poter scoprire cose nuove che ti gasano! In più, sono ancora fresche le celebrazioni per il nostro ventennale, una ricorrenza che ci ha spinto per la prima volta a guardarci un po’ indietro, ad osservare la strada fatta, a recupere con un certo tipo di attenzione cose fatte in passato. Prendi “Beneficium”: per certi versi è una versione moderna del materiale di “In A Reverie”, il nostro primo album. La verità è che prima del ventennale non c’era mai venuto in mente di “guardare indietro” anche perché non ne avremmo avuto nemmeno il tempo: fin dall’inizio, è accaduto tutto così velocemente… Il tempo è volato, davvero.

 

Domanda finale: qual è la band a cui siete più legati umanamente? Non vi chiedo quella che vi piace di più, no, ma quella con cui sentite un legame umano più intenso…

 

CS: Sono tante. Ma dovessimo indicarne una, direi Moonspell. Li stimiamo tantissimo dal punto di vista umano, ma anche musicalmente parlando sono stati fondamentali nel far proseguire la storia dei Lacuna Coil. Nel nostro primissimo tour, anno 1997, si erano create delle fratture all’interno della band, c’era chi se n’era andato via: ecco, loro furono fondamentali nel darci l’appoggio, la spinta e l’aiuto concreto per continuare. Sono cose che non si dimenticano.

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